Imparate a chiamarci per nome

Published: 11 January 2011

English Summary:  John Maina, director of the NGO Scode, came to Europe to find funds for sustainable projects to fight poverty in Kenya. He was supposed to speak about business at the EDD, but ended up telling stories about his people. Sarah, for example, is a lady the NGO convinced to buy a solar-powered lamp. Not only can her child now study in the evening, but Sarah developed a way to use the solar panel to recharge cell phones. Before, she had only enough kerosene to cook something. Now her son’s grades are improving.

Though 1.4 billion people do not have access to energy, New York City alone has enough to help a large part of them. This is the symbol of an unequal world. Europe has to do something. The EU commissioner Pielbags is optimistic: “We decided to finance renewable sources of energy because this is the only type of development that can last in the long term.” People have to invest in people – this is the message of John Maina. (Full English translation follows the Italian.)

 

John Maina ha messo il vestito migliore, quello con giacca e cravatta e camicia bianca, e si è imbarcato per l’Europa. Qualcuno gli ha proposto di partire, gli hanno detto “vedrai è importante”, e lui non se le ho fatto ripetere due volte. Ha una valigetta scura con fogli, depliant di colore giallo e appunti scarabocchiati nel lungo viaggio che separa il Kenya e l’Europa, Nairobi e Bruxelles. “Io spero mi abbiano capito”, ha detto sottovoce finita la presentazione sul palco degli European Development Days. A John nessuno ha mai insegnato il politichese, o la diplomazia o i discorsi di convenienza, quelli lunghi e belli, con le parole che suonano difficile e gli ascoltatori che seguono allibiti. John conosce la lingua del suo paese, quella fatta di facce scure e mani sporche, di gente che lavora e che alla speranza ci si è avvinghiata a denti stretti. Sul palco dell’Europa, il signor Maina avrebbe dovuto parlare delle attività della sua Ong nel campo dello sviluppo sostenibile, di come dal 1996 portino avanti progetti di lotta alla povertà in sintonia con la tutela dell’ambiente, ma alla fine non ha fatto altro che parlare della sua gente. “Da dove vengo io”, ha affermato l’uomo del Kenya, Presidente dell’Ong SCODE, “non ci sono infrastrutture o sistemi tecnologici e per questo possiamo cominciare a costruire la nostra società dal nulla e farlo in modo sostenibile. È la nostra rivoluzione”. È il Millenium Development Goals numero 1 e vuole una lotta concreta alla povertà, che potrà realizzarsi solo se i popoli del mondo avranno uguale accesso all’energia. L’Europa ha scelto l’aiuto sostenibile, una strada difficile che si presenta più lenta delle altre, ma l’unica in grado di dare risultati sul lungo periodo. L’Europa ha fatto una scelta, ma in Kenya c’è già qualcuno capace di impartire una lezione. “Vi presento Sarah”. Ha detto John, “ è la signora del villaggio che per prima ha avuto il coraggio di comprare una lampada che funziona a energia solare grazie ad un piccolo pannello. Sì, avete capito bene “coraggio”, perché quando non hai nemmeno un soldo, decidere di investire parte dei tuoi risparmi in un “aggeggio” venuto dall’Ovest, è puro coraggio. Sarah l’ha comprato dopo lunghi colloqui e mediazioni, quando le abbiamo mostrato come funzionava e quando abbiamo dato la nostra parola d’onore. Dopo qualche giorno, la signora aveva trovato un modo per ricaricare il suo cellulare con quello stesso pannello, un sistema che ha ideato in una capanna a 300 km da Nairobi”. I cellulari in molte zone dell’Africa sono la sola fonte di comunicazione tra i villaggi e le persone e ogni giorno per ricaricarli bisogna percorrere chilometri e chilometri fino al più vicino punto di ricarica. “Ora Sarah”, ha aggiunto John presentando la sua concittadina, “chiede qualche spicciolo a chiunque voglia ricaricare il suo telefono. È diventata il centro energetico del villaggio e in due mesi si è ripagata il costo del pannello. Certo, non è di quello che va orgogliosa. Grazie a quella stessa lampada, suo figlio può studiare la sera e qualche giorno fa ha preso il suo primo 25 a scuola. Prima il cherosene bastava appena per lasciare il tempo di cucinare qualcosa, ora si puo persino studiare prima di addormentarsi. Di questo Sarah è orgogliosa.” È lo sviluppo sostenibile, quello che non guarda in faccia a business e affari, ma va casa per casa a chiedere di cosa c’è bisogno, quello che chiama per nome i suoi abitanti, la sua popolazione, i suoi esseri umani. L’Africa non è un insieme di dati e di numeri da soddisfare, non è matematica, ma vita e volontà e questo John lo ha insegnato. C’è tanto da fare, ma da fare nel modo migliore, per permettere il nascere di società sostenibili che poco hanno a che fare con il sistema di sfruttamento e capitale. “Voi dovete capire”, ha concluso John, “che il business non c’entra niente in tutto questo. Per vendere un pannello solare o un sistema a biogas o una latrina biologica, dobbiamo passare pomeriggi interi a casa delle famiglie, mostrargli che se non funziona potranno avere indietro il loro denaro, dobbiamo dare garanzie. Cosa c’entrano gli affari? Se volete venire ad aiutarci, fatelo, ma chiedeteci come ci chiamiamo e passate un pomeriggio nella nostra casa: dovrete conoscerci prima se alla fine vi chiederemo la vostra parola d’onore”. È una questione di distribuzione delle risorse a livello mondiale. Fatih Biral, economista a capo dell’International Energy Agency, ha presentato i suoi dati: “1,4 bilioni di persone non hanno accesso all’energia elettrica in Africa e in Asia, soprattutto abitanti delle zone rurali. I soli cittadini di New York hanno l’energia che servirebbe a soddisfare molte di queste aree. È il simbolo della disuguaglianza del pianeta a cui noi dei paesi sviluppati abbiamo contribuito. Il problema ora è, cosa fare? L’azione dell’Unione Europea non basta e non può bastare”. Il pessimismo degli economisti, fa a pugni con il cauto ottimismo dei politici: “Credo fermamente che si possa fare molto di più”, ha affermato Andris Pielbags, Commissario dell’Unione Europea per lo sviluppo, “noi siamo popoli incastrati dalle nostre stesse tecnologie, ma là dove non c’è infrastruttura è meglio portare energie di tipo sostenibile: efficace sul lungo periodo, presenta persino un costo minore.” Il punto sta nel motore di tutto, il guadagno. John ha lanciato un messaggio diverso: “Cosa ci guadagna il nostro governo da un sistema di pannelli solari? Nulla, perché privo di tasse. Se portiamo però energia, portiamo ad esempio lampade che funzionano la sera e fanno studiare i ragazzi, portiamo condizioni di vita dignitose che permettano a tanti tra loro di andare a scuola. Un popolo di studenti è un popolo che può risollevare la nazione. Il guadagno sono le persone, questo dovete mettervi in testa”. 

 

English Translation:  Learn to refer to us by name

John Maina put his nicest suit on, the one with a jacket and a tie and a white shirt, and left for Europe. Someone suggested to him to go; he was told, “you will see it is important,” and he didn't need to be told twice. He has a dark briefcase with sheets, yellow leaflets and notes scribbled during the long trip from Kenya to Europe, Nairobi to Brussels. “I hope they understood me,” he whispered after the presentation on the European Development Days stage. Nobody taught John the language of politics, diplomacy or speech, one of those long and beautiful speeches, with words that sound difficult to a confused audience. John knows the language of his country, made of dark faces and dirty hands, of people working and clinging to hope tooth and nail. On the European stage, Mr Maina was supposed to talk about his NGO's activities in the sustainable development field, about how from 1996 they keep projects going to fight against poverty in accordance with environmental protection. But in the end he just talked about his people. “Where I come from,” declared the man from Kenya, President of the NGO SCODE, “there are no infrastructures or technological systems and for this reason we can start building our society from nothing and do it in a sustainable way. It is our revolution.” It is the Millennium Development Goal number 1 and it demands a concrete fight against poverty, which can be reached only the day when people from all over the world will have the same access to energy. Europe chose sustainable aid, a difficult way that will be slower than the others, but the only one capable of showing results in the long term. Europe made a choice, but in Kenya there is already someone capable of teaching a lesson. “I introduce you to Sarah,” said John. “She is the lady who had the courage to buy a lamp powered by solar energy thanks to a little panel. Yes, you understood well, I said 'courage', because when you are poor, to decide to invest part of your savings in a 'thing' coming from the West, is pure courage. Sarah bought it after long interviews and mediations, when we showed her how it worked and when we gave her our word of honour. After a few days, the lady had found a way to recharge her phone with that same panel, a system that she invented in a hut 300 km from Nairobi.” In many parts of Africa mobile phones are the only source of communication between villages and people, and everyday to recharge them you have to walk for kilometers and kilometers to the closest recharging point. “Now Sarah,” added John, presenting his fellow citizen, “asks for a few coins to anyone who wants to recharge his phone. She became the village's energy centre and in two months she repaid the panel's cost. She is not proud of that of course. Thanks to that same lamp, her son can study at night and some days ago he got for the first time a high note at school. Previously the kerosene she could afford was hardly enough to cook something, now it is even possible to study before going to sleep. This is what Sarah is proud of.” This is sustainable development, which is not looking for business, but goes from home to home to ask people what they need, that refers to its inhabitants by their name, its people, its human beings. Africa is not a set of data and numbers to achieve, it is not mathematics, but life and will. This is what John taught the audience. A lot must be done, but it must be done in the best way, to allow the rise of sustainable societies which have little to do with the exploitation – and capital-based system. “You have to understand,” concluded John, “that business has nothing to do with all this. To sell a solar panel or a biogas system or a biological lavatory, we have to spend a whole afternoon at people's home, to explain to them that if it is not going to work they will have their money back; we have to give them guarantees. What does business have to do with this? If you want to come to help us, do it, but ask us what is our name and spend an afternoon at our home. You have to get to know us before becasue in the end we are going to ask you for your word of honour.” It is a question of distribution of resources worldwide. Fatih Biral, economist head of the International Energy Agency, presented his data: “1,4 billion people don't have access to electricity in Africa and in Asia, especially people living in rural areas. New York inhabitants alone have enough energy to satisfy many of those areas. It is the symbol of the planet’s inequality to which we from the developed countries have contributed. The problem now is, what should we do? What the European Union is doing is not enough and cannot be enough.” The economist's pessimism contrasts with the politicians' cautious optimism: “I firmly believe that we can do much more,” declared Andris Piebalgs, European Union Commissioner for Development. “We are people caught by our own technologies, but where there is no infrastructure it is better to bring sustainable energies: efficient in the long term, they are even less expensive.” The point is what drives everything: profit. John addressed another message to the audience: “What does our government get from a solar panels system? Nothing, because it is tax-free. But if we bring energy, we bring for instance lamps working at night and that allow children to study, we bring dignified living conditions that allow many of them to go to school. A people of students is a people that can raise the nation. You have to remember that the people are the profit.”

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